BIOGRAFIE

Helmut Newton
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Helmut Newton Nato a Berlino, in Germania, figlio di un allevatore ebreo e di madre americana. Frequenta il Werner von Trotschke Gymnasium e la Scuola Americana a Berlino. Interessato alla fotografia fin da piccolo, lavora con il fotografo tedesco Else Simon, conosciuto come Yva. Lascia la Germania nel 1938 e si trasferisce brevemente a Singapore, lavorando come fotografo per il Straits Times. Prende servizio nell’esercito australiano durante la Seconda Guerra Mondiale, dal 1940 al 1945.

Nel 1948 sposa l’attrice australiana June Browne. Dopo la guerra lavora come fotografo freelance producendo scatti di moda e lavorando con riviste come Playboy. Dalla fine degli anni 50 in poi si concentra sulla fotografia di moda.

Si stabilisce a Parigi nel 1961 e intraprende una carriera come fotografo di moda professionista. I suoi scatti appaiono su varie riviste tra cui il magazine francese Vogue. Il suo particolare stile è caratterizzato dall’erotismo patinato, a volte con tratti sado-masochistici e feticistici. Un attacco di cuore nel 1970 rallenta la sua produzione ma aumenta la sua fama, in particolare con la serie “Big Nudes” del 1980 che segna la vetta del suo stile erotico-urbano, sostenuto con un’eccellente tecnica fotografica. Crea inoltre molti ritratti e altri studi fotografici.

Nell’ottobre 2003 dona una collezione di foto alla fondazione Preußischer Kulturbesitz a Berlino. È attualmente esposta al Museo della Fotografia a fianco della stazione del treno di Berlino di Tiergarten.

In seguito vive a Monte Carlo e Los Angeles. Muore in un incidente stradale a Hollywood quando la sua macchina si schianta in un muro del famoso Chateau Marmont, l’hotel sul Sunset Boulevard che era stata per anni la sua residenza quando abitava nella California del Sud. Le sue spoglie sono state poste a Berlino.

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Manuel Alvarez Bravo
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Manuel Alvarez Bravo (1902- 2002) è stato fotografo messicano.

Centro fotografico Alvarez BravoAlvarez Bravo nacque a Città del Messico nel 1902. Proveniva da una famiglia di artisti, e da giovane incontrò alcuni artisti famosi, come Tina Modotti e Diego Rivera, che incoraggiarono il suo lavoro.

Studiò pittura e musica all’Academia Nacional de Bellas Aries nel 1918, ma non si accostò alla fotografia fino alla metà degli anni ‘20. Nonostante non fece mai parte formalmente del movimento surrealista, il suo lavoro evidenzia molte carrateristiche del surrealismo, e fu presentato a molti dei suoi fondatori. Il suo lavoro spesso esprime sogno o fantasia, ed ha frequentemente fotografato oggetti inanimati in modo da conferirgli caratteristiche umane.

Il suo lavoro mostra alcune somiglianze con il lavoro di Clarence John Laughlin, un fotografo americano attivo a New Orleans negli stessi anni. Entrambi amavano la letteratura, e facevano riferimenti alla mitologia dei loro tempi sia visivamente che nel titolo dei propri lavori. Entrambi usavano fotocamere di vecchia concezione che erano più lente della Leica che stava cominciando ad essere popolare tra gli altri fotografi artistici del periodo. Entrambi conobbero Edward Weston, così è possibile ipotizzare che egli sia stato il tramite di un’influenza reciproca.

Il lavoro di Alvarez Bravo era spesso politicizzato, con riferimenti sia diretti che indiretti alla rivoluzione messicana. Una delle sue foto più famose, Obrero en huelga, asesinado (Lavoratore in sciopero, assassinato) raffigura un corpo insanguinato, steso a faccia in su sotto al sole. Si associò a molti artisti e scrittori rivoluzionari, ma non lascio che la politica sopraffacesse gli aspetti personali del proprio lavoro; continuò a creare belle, sognanti fotografie della vita in Messico fino alla sua morte nel 2002.

È considerato una delle figure che hanno più profondamente influenzato la Fotografia Messicana e Latino-americana, e i suoi lavori sono largamente pubblicati in tutto il mondo.

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Henri Cartier-Bresson
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Henri Cartier-Bresson (22 agosto 1908, Chanteloup - 3 agosto 2004, L’Isle-sur-la-Sorgue) è stato uno dei più grandi fotografi moderni, spesso considerato il padre del fotogiornalismo.

Leica, 1925Dopo gli studi giovanili, Henri fu presto attratto dalla pittura, grazie allo zio Louis, e comincerà i suoi studi con Jaques-Emile Blanche e André Lhote, che lo inizieranno all’ambiente dei surrealisti francesi, inizialmente disinteressato alla fotografia.

Solo più tardi, nel 1930, durante un viaggio in Costa d’Avorio, per via della sua continua ricerca di immortalare la realtà, comprò la sua prima macchina fotografica, una Leica 35mm con lente 50mm che l’accompangnerà per molti anni.

Nel 1931 lavora nel cinema come assistente del regista francese Jean Renoir e, nel 1937, firma personalmente il film Return to life.

Intanto, nel 1934, conosce David Szymin, un fotografo e intellettuale polacco, che più tardi cambierà nome in David Seymour (1911–1956). Diventano subito ottimi amici, hanno molto in comune culturalmente. Sarà Szymin a presentare al giovane Bresson un fotografo ungherese, Endré Friedmann, che verrà poi ricordato col nome di Robert Capa.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Cartier-Bresson entra nella resistenza francese, continuando a svolgere costantemente la sua attività fotografica.

Finita la guerra, ritorna al cinema e dirige il film Le Retour. Negli anni successivi è negli Stati Uniti, dove fotografa per Harper’s Bazaar.

Nel 1947 fonda, insieme a Robert Capa e a David Seymour, la famosa Agenzia Magnum. Inizierà innumerevoli viaggi in cui farà molteplici reportage che gli daranno fama mondiale.

La fotografia porta Henri in molti angoli del pianeta: Cina, Messico, Canada, Stati Uniti, Cuba, India, Giappone, Unione Sovietica e molti altri paesi. Cartier-Bresson divenne il primo fotografo occidentale che fotografava liberamente nell’Unione Sovietica del dopo-guerra. Nel 1968, Henri Cartier-Bresson inizia gradualmente a ridurre la sua attività fotografica per dedicarsi al suo primo amore artistico: la pittura.

Nel 1979 viene organizzata a New York una mostra tributo al genio del fotogiornalismo e del reportage.

Muore a Céreste, (Alpes-de-Haute-Provence, Francia) nel 2004, all’età di 95 anni.

Nella sua carriera ha anche ritratto personalità importanti in tutti i campi; Balthus, Albert Camus, Truman Capote, Coco Chanel, Marcel Duchamp, William Faulkner, Mahatma Gandhi, John Huston, Martin Luther King, Henri Matisse, Marilyn Monroe, Richard Nixon, Robert Oppenheimer, Jean-Paul Sartre ed Igor Stravinsky.

Bibliografia
Il libro più famoso di Cartier Bresson è The decisive moment (Il momento decisivo), Simon e Schuster, New York. Il titolo nella versione francese è Images à la sauvette. Scritto nel 1952, oltre a contenere una raccolta di talune delle foto più note del fotografo, descrive il modo stesso di fare fotografia di Cartier-Bresson. L’autore si occupa del reportage fotografico, del soggetto, della composizione, del colore, della tecnica, dei clienti.
Pierre Assouline ha inoltre pubblicato una biografia di Henri Cartier-Bresson, tradotta anche in italiano: Henri Cartier-Bresson. Biografia di uno sguardo, Photology, 2006.

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Man Ray
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Man Ray (27 agosto, 1890 - 18 novembre, 1976) fu un fotografo e regista dadaista statunitense.

Nato Emmanuel Radnitzky a Philadelphia, pur essendo un pittore, un fabbricante di oggetti e un autore di film d’avanguardia (Retour à la raison (1923), Anémic cinéma con Marcel Duchamp (1925), Emak-bakia (1926), L’étoile de mer (1928), Le mystères du chateau de dé (1929) precursori del cinema surrealista) è conosciuto soprattutto come fotografo surrealista, avendo realizzato le sue prime fotografie importanti nel 1918.

A New York, dove viveva, con il suo stretto amico Marcel Duchamp formò il ramo americano del movimento Dada che era iniziato in Europa come un rifiuto radicale dell’arte tradizionale.
Dopo alcuni tentativi senza successo e soprattutto dopo la pubblicazione di un unico numero di New York Dada nel 1920, Man Ray affermò che “il Dada non può vivere a New York” e nel 1921 andò a vivere e lavorare nel quartiere di Montparnasse a Parigi nell’era della grande creatività.
Lì si innamorò della famosa cantante francese Kiki (Alice Prin), spesso chiamata Kiki de Montparnasse, che in seguito divenne la sua modella fotografica preferita.

Insieme a Jean Arp, Max Ernst, André Masson, Joan Miró e Pablo Picasso, fu rappresentato nella prima esposizione surrealista alla galleria Pierre a Parigi nel 1925.

Man Ray nel 1934Nei venti anni successivi a Montparnasse, Man Ray rivoluzionò l’arte fotografica. Grandi artisti dell’epoca come James Joyce, Gertrude Stein, Jean Cocteau e molti altri posarono di fronte alla sua macchina fotografica.

Nel 1934, la celebre artista surrealista Méret Oppenheim, conosciuta per la sua tazza da te ricoperta di pelliccia, posò per Man Ray in quella che divenne una ben nota serie di foto che la ritraggono nuda in piedi vicino a un torchio da stampa.
Insieme alla fotografa surrealista Lee Miller — che fu la sua amante e assistente fotografica all’epoca — inventò la tecnica fotografica della solarizzazione. Un’altra tecnica fotografica utilizzata dall’artista è stata quella dei rayograph, ottenuti poggiando oggetti direttamente sulla carta fotografica, procedimento apparentemente semplice, ma che seppe usare per immagini altamente suggestive.

Più avanti nella sua vita Man Ray ritornò negli Stati Uniti, dove visse a Los Angeles per alcuni anni.
Tuttavia egli considerava Montparnasse casa e vi fece ritorno ove morì il 18 novembre 1976 e fu seppellito nel cimitero di Montparnasse.
Il suo epitaffio recita: Non curante, ma non indifferente

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Edward Sheriff Curtis
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Edward Sheriff Curtis (16 febbraio 1868 - 19 ottobre 1952) è stato un esploratore, etnologo e fotografo statunitense che ha legato il suo nome allo studio dell’epopea del West e dei nativi americani, popolo del quale è stato un profondo conoscitore.

Come un indiano fra gli indiani
Scrissero di lui:
[Curtis] è diventato come un indiano.
Ha vissuto, ha parlato come un indiano; è stato una sorta di “grande fratello bianco”.
Ha passato i migliori anni della sua vita - al pari dei rinnegati di un tempo - fra gli indiani. Ha scoperto vecchie abitudini tribali e resuscitato i costumi fantastici di un tempo ormai passato….
Figlio del reverendo Johnson Asahel Curtis (1840-1887), veterano della guerra di secessione americana, e di Ellen Sheriff (1844-1912), Curtis nacque a Whitewater, nello stato del Wisconsin. I suoi genitori erano originari, il padre, dell’Ohio, e la madre della Pennsylvania.

Gli avi della madre provenivano dall’Inghilterra mentre quelli del padre risiedevano in Canada. Ebbe un’infanzia tranquilla, trascorsa in buona parte ad accompagnare lungo i fiumi il padre che raggiungeva in canoa le località nelle quali si recava a predicare.

Mise la sua macchina fotografica al servizio di quello che si rivelerà lo scopo primario della sua esistenza, ovvero fotografare - tanto in senso etimologico quanto filosofico - i volti e le situazioni che segnavano la forzata decadenza dei nativi americani appartenenti alle ottanta tribù ancora esistenti fra la fine dell’Ottocento e gli albori del XX secolo. Avrebbe, alla fine, raggiunto il suo scopo: compilare una sorta di inventario ragionato - e per immagini - del fenomeno che di lì a poco sarebbe di fatto scomparso e che riguardava l’intero popolo dei pellerossa stimato solo un secolo prima, in piena età dei lumi, in oltre un milione di persone, ma che sarebbe sceso - quando l’opera di Curtis vedrà la luce - a meno di quarantamila.

La sua opera-capolavoro - The North American Indian - sarà pubblicata tra il 1907 ed il 1930 in venti volumi e portfolio rilegati a mano in pelle, con copia lettere a torchio: consterà di 1.500 fotografie, frutto della selezione di circa cinquantamila scatti, e 4.000 pagine di testo in cui l’autore profonde il suo senso spirituale ed artistico, prima ancora che di ricercatore, per un popolo destinato ad essere consegnato al mito.

Tale materiale, particolare non trascurabile, costituirà inoltre un caposaldo ed un’opera unica nella storia della fotografia, considerato anche che 2.200 stampe in fotoincisione verranno poi stampate su acqueforti importate. Molte di tali raccolte complete sono tuttora reperibili presso collezionisti d’arte sia in Europa che negli Stati Uniti.

Edward Sheriff Curtis ebbe una lunga vita che dedicò per buona parte - i ventiquattro anni che vanno dal 1906 al 1930 - alla ricerca delle origini culturali dei nativi americani, mettendo in gioco sé stesso in numerose spedizioni esplorative e documentaristiche tese a fermare - nei loro luoghi naturali - le immagini di un popolo il cui destino veniva inesorabilmente costretto al crepuscolo, fissandole in una serie di fotografie - dagherrotipi d’epoca da consegnare alla memoria, nel viraggio in seppia - che restituiscono appieno il senso di una cultura per contro solo apparentemente destinata a scomparire.

Per compiere la sua impresa poté avvalersi del supporto di molte personalità: oltre al suo finanziatore principale John Pierpont Morgan (in grado di coprire però solo per un terzo i 35 milioni di dollari attuali che sarebbe stato il costo finale della sua opera The North American Indian), il presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt, Andrew Carnegie ed i reali di Inghilterra e Belgio.

Per questo motivo Curtis fu sempre alla disperata ricerca di denaro per poter proseguire il suo lavoro.
Prevista inizialmente in cinquecento copie, la collana del suo capolavoro fu effettivamente tirata in meno di trecento (di cui solo 214 vendute mentre Curtis era ancora impegnato nel progetto).

Ottenne numerosi riconoscimenti, ma il suo sogno - talmente grande da non riuscire ad afferrarlo per intero, secondo le sue stesse parole - ebbe come contrappeso un alto prezzo: una instabilità emotiva, la rovina economica e familiare. A causa dei suoi viaggi e di una vita nomade dilapidò infatti ogni proprio avere e vide disgregarsi ogni possibilità di tenere unita la propria famiglia.

Sotto il cielo che si apre dalle zone artiche dell’Alaska a quelle aride del golfo del Messico, attraversando sterminate praterie solcate da profondi canyon e da inaccessibili catene montuose, ridiscendendo in canoa impervi corsi d’acqua o attraversando sempre su mezzi di fortuna laghi estesi come mari, fu - a suo modo - un pioniere avviato su tracce dettate a ritroso, in un viaggio avventuroso nello spazio e nel tempo, inseguendo un popolo che presto non ci sarebbe stato più.

Conobbe molti capi indiani e di molti ne fece il ritratto fotografico. Alcune sue immagini di nativi americani, spesso ripresi nelle attività quotidiane, immortalati come furono su di una pellicola fotografica, hanno mantenuto intatto il fascino di una cultura senza tempo e di coloro che di tale cultura furono i depositari.
Nel 1874 la sua famiglia si trasferì a Le Sueur County (Minnesota), dove il padre Johnson Asahel aprì un negozio di drogheria. Fu in questa città che Curtis costruì la sua prima macchina fotografica.

Nel 1885, all’età di diciassette anni, Curtis iniziò il proprio apprendistato da fotografo nella cittadina di St. Paul. Due anni dopo la sua famiglia si trasferì però a Seattle, nello stato di Washington, e qui il giovane fotografo poté fabbricarsi una nuova macchina ed entrare in società - dietro la corresponsione di 150 dollari - nello studio fotografico di Rasmus Rothi.

Ma il sodalizio durò poco, e sei mesi dopo Curtis lasciò Rothi per entrare a lavorare nello studio di Thomas Guptill sotto l’insegna: Curtis and Guptill, Photographers and Photoengravers”.

Nel 1892 Edward Curtis sposò Clara J. Phillips (1874-1932), originaria della Pennsylvania ma i cui genitori provenivano dal Canada. La coppia ebbe quattro figli: Harold, Elizabeth detta Beth, Florence e Katherine detta Billy.

Nel 1896 la famiglia cambiò abitazione, pur restando a Seattle. Insieme a loro vivevano la madre Ellen, la sorella Eva, il fratello Asahel, le sorella di Clara, Susie e Nellie, e il fratello William.

«Guarda attentamente. Fra non molto non sarà più possibile vedere questo genere di cose. Appartengono al passato»
(George Bird Grinnell a Edward Sheriff Curtis, riferendosi alla Danza del Sole al raduno degli indiani Piedi Neri, Algonchini e Bloods, 1900)

Nel 1895 Curtis realizzò il suo primo ritratto di un nativo americano degli Stati Uniti: Princess Angeline (1800-1896), conosciuta anche come Kickisomlo, figlia di Capo Sealth di Seattle. Passano tre anni e Curtis si unisce ad una spedizione scientifica condotta sul Monte Rainier.

In quella occasione conosce George Bird Grinnell, esperto della cultura dei nativi americani. Grinnell apprezza l’opera di Curtis e lo invita a compiere nell’anno 1900 una spedizione in Montana, per riprendere indiani di diverse tribù, fra cui di Piedi neri, a raduno per ripetere il rito della loro Danza del Sole.

Nel 1906 il finanziere-filantropo newyorkese John Pierpont Morgan, proprietario della Morgan Library, dietro l’opzione di controllo di parte degli originali, offre a Curtis 75 mila dollari per produrre un’opera monumentale, la serie The North American Indian, venti volumi per 2.500 fotografie sugli indiani del nord dell’America. Il primo volume dell’opera - che sarà venduta su prenotazione - viene pubblicato l’anno successivo; l’ultimo ventitré anni dopo, nel 1930.

Lo scopo di Curtis non è solo quello di fotografare, bensì quello di documentare nella maniera più ampia gli usi e i costumi in via di estinzione di quel popolo, pena la perdita di una opportunità insostituibile. Scrive perciò in occasione della pubblicazione del primo volume una lunga introduzione nella quale esplicita il proprio intendimento di perseguire una dettagliata raccolta, attraverso singole schede, di ogni tipo di testimonianza possibile di capi tribù (incluse diecimila registrazioni dei linguaggi e delle musiche adottati da quel popolo, i cibi, le decorazioni, le attività di ricreazione e di cerimonia, gli usi funebri, ecc.) che accompagni in maniera adeguata il suo progetto.

Nel 1916 Clara Philipps chiese ed ottenne il divorzio dal marito, sempre più impegnato nelle sue spedizioni nelle zone più settentrionali del globo terrestre, fino all’Alaska, ed in quelle che ormai erano le riserve degli indiani d’America del Nord. Ottenne - nel patto di divorzio - la custodia dello studio fotografico di Seattle e la proprietà dei negativi originali della sua prima camera fotografica. Ma Curtis, adirato per la richiesta della ormai ex-consorte, ormai in procinto di trasferirsi nella vicina Charleston, si recò allo studio e distrusse per ritorsione ogni materiale.

Intorno al 1922 Curtis si trasferì assieme alla figlia Beth a Los Angeles e nella nascente mecca cinematografica allestita sulla collina di Hollywood aprì un nuovo studio fotografico. Per procurarsi denaro lavorò come assistente cameraman per Cecil B. DeMille (anche se il suo nome non figura nei titoli, partecipò alle riprese del film I dieci comandamenti.

Sempre per far forte alle sempre maggiori difficoltà finanziaria che si era trovato a fronteggiare, a ottobre del 1924 vendette all’American Museum of Natural History i diritti del suo film di carattere etnografico che aveva girato nel 1914 sulla vita degli indiani del nord-ovest. Intitolato In the Land of the Head-Hunters (Nella terra dei cacciatori di teste) il film gli fruttò 1.500 dollari contro un costo di oltre ventimila

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Joseph Nicephore Niepce
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Joseph Nicéphore NiépceJoseph Nicéphore Niépce (Chalon-sur-Saône, 7 marzo 1765 - Saint-Loup-de-Varenne, 5 luglio 1833), ricercatore e fotografo francese.

Biografia
Joseph Nicéphore Niépce nasce a Chalon-sur-Saône da famiglia ricca e borghese. Dopo aver pensato di votarsi al sacerdozio e aver fatto parte delle armate rivoluzionarie, inizia ad interessarsi, col fratello Claude, ai fenomeni della luce e della camera oscura.
L’interesse per la produzione di immagini senza l’intervento dell’uomo gli venne dalla litografia: sperimentando diverse tecniche Niépce riesce ad ottenere, nel 1823 o nel 1826, la prima immagine disegnata dalla luce (dopo aver steso uno strato di bitume di Giudea su di un supporto di peltro e aver esposto la lastra così ottenuta per otto ore in una camera oscura) che definisce eliografia, la madre della moderna fotografia.
Nel 1827, durante un viaggio a Parigi, conosce Daguerre e Lemaitre che in seguito diventeranno suoi collaboratori. Nel 1828 fonda con Daguerre un’associazione per il perfezionamento dell’eliografia. Muore tuttavia prima di vedere riconosciuta l’importanza delle sue ricerche.

La più datata delle foto sopravvissute di Nicéphore Niépce, circa 1826

6 December 2006 | i fotografi | Comments

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